sabato, 21 novembre 2009

Fini aizza gli immigrati contro gli Italiani e li incoraggia ad insultarci e invaderci:


http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/Immigrati-Fini-Una-parolaccia-a-chi-dice-che-sono-diversi-Presto-saremo-tutti-daccordo-sul-voto_4025201141.html


Vaffanculo tu, TRADITORE

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martedì, 17 novembre 2009


Turchia, il Colle: "Valore aggiunto per l'Europa"


Ankara - "La Turchia rappresenta un valore aggiunto per l’Europa". Dopo un colloquio con il presidente della Repubblica turca Abdullah Gul, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è tornato a sostenere la necessità di far entrare la Turchia dentro all'unione europea. Occorre proseguire, ha aggiunto il capo dello Stato, il negoziato per l’adesione "senza ostruzionismi" né ripensamenti rispetto alla scelta "meditata, non superficiale e ancora valida del Consiglio Europeo del 2004".



L'annessione della Turchia "Ora il negoziato con la Turchia deve andare avanti invece che segnare il passo per quelli che non possono che definirsi ostruzionismi". Il presidente della Repubblica ha ribadito la convinzione e il sostegno dell’Italia per l’ingresso in Europa della Turchia, dopo il colloquio con il presidente turco Abdullah Gul ad Ankara. Napolitano si è rivolto, indirettamente, a coloro che in Europa hanno manifestato "ripensamenti tardivi" sull’adesione del Paese musulmano all’Ue e risponde anche alle perplessità del presidente del Parlamento europeo il polacco Jerzy Buzek. "Ho grande stima e rispetto per Buzek, però mi chiedo - ha, quindi, spiegato Napolitano - come mai i rappresentanti polacchi non abbiano detto qualcosa quando la Turchia ha partecipato, insieme ad altri Paesi candidati, ai lavori della Convenzione per la Costituzione Ue riunita a Bruxelles nel 2002, nel 2003. Perché non hanno detto nulla allora? I ripensamenti tardivi non son proibiti, ma i patti sono i patti". Insomma, per Napolitano, "c’è una sola cosa da fare: andare avanti con i negoziati ed esprimere ogni valutazione quando saranno conclusi".


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sabato, 14 novembre 2009





Il capo dello Stato traccia la sua visione per l'Unione Europea nella lectio magistralis pronunciata all'Università 'Orientale' di Napoli per il conferimento della laurea honoris causa in 'Politiche e Istituzioni dell'Europa'.



Sul piano economico, il presidente della Repubblica esorta ora a "proseguire fino al pieno completamento del mercato interno, evitando battute d'arresto e passi indietro per effetto della recente crisi mondiale". In tal senso, la prospettiva indicata è quella di una confluenza in una unione economica e monetaria "anche nella sua componente, rimasta debole e incerta, di governo comune su questioni essenziali sul piano delle politiche economiche e delle strategie di sviluppo".



Quindi il capo dello Stato indica "le nuove frontiere del processo di integrazione europeo": "Crescita competitiva, coesione sociale e civile, salvaguardia del comune retaggio culturale, politica estera e di sicurezza comune".



Oramai "il luogo delle decisioni fondamentali - osserva - si è spostato dal G8, nel quale il peso dell'Europa era indubbiamente rilevante, al G20. Il baricentro si è spostato lontano dall'Europa". Al tempo stesso, "è maturata l'esigenza di un governo largamente condiviso nel processo di globalizzazione, per un più equo e diffuso accesso alle sue opportunità, per una crescita sostenibile, per la stabilizzazione e pacificazione in vaste regioni nelle quali oggi si concentrano tensioni e minacce, come quella del terrorismo di matrice fondamentalista islamica, da disinnescare nell'interesse generale". Ecco allora l'esigenza, sottolineata da Napolitano, che "l'Europa parli con una voce sola in tutte le sedi istituzionali in cui ci si confronta e si decide da protagonisti della politica e dello sviluppo mondiale". Di qui, l'esigenza ribadita della "necessità di dare corpo sul serio a una politica estera e di sicurezza della Ue" e di avviarsi con più decisione anche verso "una politica di difesa comune. Si tratta - spiega Napolitano - di responsabilità e di oneri che l'Europa non può lasciare sulle spalle degli Stati Uniti".



A proposito di ''nuovi allargamenti dell'Unione europea'', Napolitano osserva che ''l'adesione della Turchia (dove Napolitano si recherà in visita di Stato dal 16 al 19 novembre prossimi, ndr) potrà rappresentare una tappa di grande importanza per l'affermazione e l'espansione del ruolo dell'Europa''.



Avverte ancora Napolitano: "L'Europa potenza e attore globale resterà solo un'espressione retorica e una semplice enunciazione velleitaria se la Ue rimarrà prigioniera delle nostalgiche e impotenti pretese degli Stati Nazionali, dei loro governi, delle loro classi dirigenti, delle loro forze politiche, nel tentativo di coltivare ciascuno sue antiche prerogative e irriducibili diversità, di conservare e di far pesare ostruzionismi e poteri di veto all'interno della Unione Europea". Invece, "l'Europa non può, di fronte a decisioni fondamentali che l'attendono, rimanere sospesa al conseguimento dell'unanimità".

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giovedì, 12 novembre 2009

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lunedì, 09 novembre 2009

nuovo video : http://www.youtube.com/watch?v=dWwNZmqN2Zc




FONTI ISLAMICHE CHE RIPORTANO LA PEDOFILIA DI MAOMETTO:




Sahih Muslim Libro 8, Numero 3309:



'Aisha (che Allah si compiaccia di lei) riporta:



Il Messaggero di Allah (che la pace sia su di lui) mi sposò quando avevo sei anni, e venni ammessa nella sua causa all'età di nove. Lei ha aggiunto: Ci recammo a Medina e io ebbi un attacco di febbre per un mese, e i miei capelli erano scesi fino ai lobi delle orecchie. Umm Ruman (mia madre) venne a me e io ero in quel momento su un'altalena insieme alle mie compagne di gioco. Mi chiamò forte e io venni a lei e non sapevo cosa volesse da me. Mi prese per mano e mi portò alla porta, e io dicevo: Ha, ha (come se stessi ansimando), fino a quando l'agitazione nel mio cuore terminò. Mi portò ad una casa, dove si erano riunite le donne degli Ansar. Esse tutte mi benedirono a mi augurarono buona fortuna e dissero: Possa tu avere la tua parte di bene. Lei (mia madre) mi consegnò a loro. Esse lavarono la mia testa e mi imbellirono e nulla mi spaventò. Il Messaggero di Allah (che la pace sia su di lui) venne a me nella mattina, e io fui consegnata a lui.







Sahih Muslim Libro 8, Numero 3310:



‘A’isha (che Allah sia compiaciuto di lei) ha riportato: l’Apostolo di Allah (che la pace sia su di lui) mi ha sposata quando avevo sei anni, e sono stata ammessa in casa sua quando ne avevo 9.







Sahih Muslim Libro 8, Numero 3311:



‘A’isha (che Allah sia compiaciuto di lei) riporta che l’Apostolo di Allah (sia la pace su di lui) la sposò quando lei aveva sette anni, e che venne portata in casa sua come sposa quando ne aveva nove, e le sue bambole erano con lei; e quando lui (il Santo Profeta) morì lei aveva diciotto anni di età.







Sahih Bukhari Volume 7, Libro 62, Numero 64



Narrato da ‘Aisha:



…che il Profeta l’ha sposata quando lei aveva sei anni e ha consumato il matrimonio quando aveva 9 anni, e che lei rimase con lui per nove anni (cioè fino alla sua morte).







Sahih Bukhari Volume 7, Libro 62, Numero 65



Narrato da ‘Aisha:



…che il Profeta l’ha sposata quando aveva sei anni e ha consumato il suo matrimonio quando ne aveva nove. Hisham ha detto: “Sono stato informato che ‘Aisha rimase con il Profeta per nove anni (cioè fino alla sua morte.)”







Sahih Bukhari Volume 7, Libro 62, Numero 88



Narrato da ‘Ursa:



Il Profeta scrisse (il contratto di matrimonio) con ‘Aisha quando lei aveva sei anni e consumò il suo matrimonio con lei quando ne aveva nove e lei rimase con lui per nove anni (fino alla sua morte).







Sahih Bukhari volume 5, Libro 58, Numero 236



Narrato dal padre di Hisham:



Khadija morì tre anni dopo che il Profeta partì verso Medina. Rimase colà per circa due anni e quindi sposò ‘Aisha quando era una bambina di sei anni di età, ed egli consumò quel matrimonio quando lei aveva nove anni.







Sahih Bukhari Volume 5, Libro 58, Numero 234



Narrato da 'Aisha:



Il Profeta mi fidanzò quando ero una bambina di sei (anni). Siamo andati a Medina e risidevamo nella casa di Bani-al-Harith bin Khazraj. Quindi sono stata malata e i miei capelli caddero. Più tardi i miei capelli crebbero (ancora) e mia madre, Um Ruman, venne a me mentre giocavo in altalena con alcune mie amiche. Mi ha chiamata, e io sono andata da lei, non sapendo cosa voleva fare. Mi ha preso per la mano e mi ha fatto stare in piedi innanzi alla porta di casa. Ero senza respiro, e quando il mio respiro tornò normale, prese dell’acqua e mi pulì il capo e la testa con essa. Quindi mi portò dentro la casa. Nella casa vidi alcune donne Ansari che dissero, “I migliori auguri e le Benedizioni di Allah e una buona fortuna.” Quindi mi consegnò a loro e mi prepararono (per il matrimonio). Inaspettatamente l’Apostolo di Allah venne a me nella sera e mia madre mi consegnò a lui, e a quel tempo ero una ragazza di nove anni di età.







Abu Dawud, Volume 2, Numero 2116



'Aisha disse, "L'Apostolo di Allah mi sposò quando avevo sette anni." (Il narratore Sulaiman dice: "O sei anni."). "Egli ebbe rapporti sessuali con me quando avevo nove anni."







Sunan Abu-Dawud Libro 41, Numero 4915



Narrato da Aisha, Umml Mu’minin:



L’Apostolo di Allah (sia pace su di lui) mi sposò quando avevo 7 o 6 anni. Quando arrivammo a Medina, vennero alcune donne. In accordo alla versione di Bishr: Umm Ruman venne a me quando stavo facendo l’altalena. Mi presero, mi prepararono e mi decorarono. Venni quindi portata all’Apostolo di Allah (sia pace su di lui), e lui prese coabitazione con me quando avevo nove anni. Lei mi fermò alla porta, e io scoppiai a ridere.







Sunan Abu-Dawud Libro 41, Numero 4916



Narrato da Abu Usama



La tradizione menzionata qui sopra (No. 4915) è stata trasmessa anche da Abu Usamah in maniera simile nonostante una differente catena di narratori. Questa versione dice: "Con buona fortuna." Essa (Umm Ruman) mi consegnò a loro. Esse lavarono la mia testa e mi rivestirono. Nessuno venne a me improvvisamente tranne l'Apostolo di Allah (che sia pace su di lui) alla sera. Così esse mi consegnarono a lui.







Sunan Abu-Dawud Libro 41, Numero 4917



Narrato da 'Aisha, Ummul Mu'minin:



Quando giungemmo a Medina, le donne vennero a me mentre giocavo sull'altalena, e i miei capelli erano lungo le mie orecchie. Mi portarono, mi prepararono, e mi decorarono. Quindi mi portarono all'Apostolo di Allah (che sia pace su di lui) ed egli prese coabitazione con me, quando avevo nove anni.







Sunan Nara'i 1 #18 p-108



Quando Hadrat 'Aisha superò i nove anni di vita matrimoniale, il Santo Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) cadde preda di una malattia mortale. Il giorno 9 o il 12 di Rabi-ul-Awwal 11 A.H., egli lasciò il mondo mortale. Hadrat 'Aisha aveva diciotto anni di età nel momento in cui il Santo Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) spirò e rimase vedova per quarantotto anni fino a quando non morì all'età di sessantasei anni."







Ibn-i-Majah 3:1876 p.133



'Aisha si sposò quando aveva sei anni di età, e nove anni quando andò presso la casa di Mohammed.







Ibn-i-Majah 3:1877 p.134



A'isha si sposò a sette anni, andò presso la casa di Mohammed a nove anni, ed aveva 18 anni quando Mohammed morì. Secondo al-Zawa'id, questa isnad è sahih secondo la condizione di Bukhari. Ciononostante Abu 'Ubaida non ha sentito da suo padre, così essa è munqata (ha un anello mancante)







al-Tabari vol.9 p.129-131



'Aisha aveva 6 (o 7) anni di età quando si sposò, e il matrimonio fu consumato quando aveva nove anni.



‘Aisha was 6 (or 7) years old when she was married, and the marriage was consummated when she was nine years old. Muhammad b. ‘Amr è uno dei tramandatori.







al-Tabari vol.7 p.7



'Aisha aveva 6-7 anni quando si sposò, e il matrimonio venne consumato quando aveva 9 o 10 anni, tre mesi dopo essere giunto (da) Mecca. La catena di tramandatori include un uomo non nominato dei Quraysh.







Mishkat al-Masabih, Vol. 2, p 77



'Aisha disse di avere nove anni di età quando l'atto della consumazione ebbe luogo e lei aveva le sue bambole con lei.

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lunedì, 09 novembre 2009

Santanchè: "Maometto era pedofilo e poligamo"


«Maometto per noi era poligamo e pedofilo, perché aveva nove mogli e l’ultima di nove anni». La frase di Daniela Santanchè, leader del Movimento per l’Italia, arriva nel pieno di un «dibattito» televisivo sul crocifisso. Il programma è «Domenica Cinque» su Canale 5. Vittorio Sgarbi siede su un seggiolone da arbitro da tennis, in veste di «moderatore»: un po’ come chiedere a un piromane di trasformarsi in pompiere. Ma l’argomento («islam e cristianesimo») scelto dagli autori del programma condotto da Barbara D’Urso è di quelli che, per deflagrare, non hanno bisogno di inneschi particolari.


A rappresentare la fazione musulmana c’è Ali Abu Schwaima, presidente del Centro islamico di Milano e Lombardia, un professionista delle risse televisive a sfondo religioso. Sono sufficienti pochi minuti di «dialogo» e il clima in studio diventa rovente; tutti urlano e - come già successo in precedenti puntate di «Domenica Cinque» - si sfiora la rissa. «Ecco l’ignoranza sua e di tutti quelli come lei, che non hanno altri argomenti per controbattere quel che dico», sbraita Schwaima, mentre la Santanchè continua a ripetere: «Maometto per noi era pedofilo». Schwaima non si placa e grida: «I musulmani non sono quelli che mettono le bombe», mentre la Santanchè invita l’Europa a «occuparsi del fatto che in Arabia Saudita vendono le bambine agli sceicchi».


Anche qualche persona del pubblico cerca di scendere nell’arena, ma viene bloccata. Un giovane musulmano (si scoprirà poi noto alla Digos per presunte attività terroristiche) inveisce contro la Santanchè che però tiene duro, difendendo il diritto a esporre il crocifisso, messo in discussione dal recente pronunciamento della Corte europea che lo vorrebbe staccare dai muri delle scuole e dei luoghi pubblici. Ma dal crocifisso si passa subito a una guerra di religione ben più ampia, con gli ospiti della D’Urso che cominciano a darsele (metaforicamente parlando) di santa ragione. La Santanchè viene accusata di dire «schifezze» e a gettarle addosso tutta la loro rabbia sono gli stessi individui che pretendono «tolleranza» e «rispetto» per la propria fede islamica; sono le stesse persone che, davanti alle telecamere, continuano a descrivere il crocifisso come l’immagine di un «morticino». Alla faccia della «tolleranza» e del «rispetto». Ma la D’Urso (che, a telecamere spente, si è «dissociata» dalle parole della Santanchè, ndr), prima di chiudere il talk show ha concesso l’ultima parola proprio al presidente del Centro islamico: «Riteniamo il crocifisso un falso storico, ma non chiediamo di toglierlo dalle scuole». E noi cosa dovremmo fare, ringraziare per la concessione?


A freddo, terminata la trasmissione, la Santanchè conferma quanto detto durante la messa in onda, precisando però di «non aver assolutamente voluto mancare di rispetto né a Maometto né agli islamici moderati: «Con il mio intervento ho inteso fare opera di informazione - aggiunge al Giornale la leader del Movimento per l’Italia -. Non tutti i nostri connazionali sono al corrente di una realtà storica considerata normale ai tempi di Maometto, ma che oggi i fondamentalisti perpetuano in maniera criminale, basti pensare a un fenomeno aberrante come l’infibulazione. So bene che molte donne islamiche vorrebbero liberarsi da tante schiavitù e in questa battaglia di civiltà sarò sempre al loro fianco. È quindi in tale contesto che va letta la mia frase su Maometto "poligamo e pedofilo"».


«La realtà - conclude la Santanchè - è che in Italia ci sono imam che istigano alla violenza e moschee che sono fabbriche di odio. Questi signori hanno l’arroganza di spiegarci cosa è giusto e cosa è sbagliato. Per questo chiedo regole certe e, finché non ci saranno, mi batterò contro le ipocrisie delle posizioni politically correct». Quelle, per intenderci, che piacciono tanto alla sinistra.


Nino Materi (Il Giornale)


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giovedì, 29 ottobre 2009

I gufi che brindano al boom di immigrati


C’è un sottile compiacimento, una vena di condiscendenza, uno sprazzo di felicità. Quasi un’esultanza repressa a fatica. I fan dell’immigrazione sregolata leggono contenti il rapporto Caritas Migrantes: «Per la prima volta in Italia c’è una quota di immigrati regolari maggiore della media europea. Sono 4,5 milioni. E cresceranno. Nel 2050 saranno 12 milioni, anzi forse di più, perché questa è una stima prudente».

I numeri sono un problema che nessuno vuole vedere. C’è quella strana sensazione di indulgenza esagerata che stona con la realtà. Perché 12 milioni di immigrati sono troppi, perché alla velocità con cui cresce la quota di straniero è abnorme e sproporzionata: significa che un italiano su cinque in realtà non sarà italiano, significa moltiplicare per quattro i problemi che abbiamo oggi. La Caritas scrive serena, quasi soddisfatta, come a dire senza dirlo esplicitamente che i dati ci raccontano che i respingimenti non servirebbero, che il rigore alle frontiere è inutile, che accogliere senza neanche pensarci è l’unica strada possibile. Il buonismo dell’immigrazione distrugge la bontà delle idee sugli immigrati. Chi non dice che questi numeri dovrebbero spaventare è in malafede e se non è in malafede sbaglia.

La paura non è degli immigrati, ma dell’immigrazione. La differenza è sottile, ma fondamentale. Non si teme per le persone, ma per il fenomeno. Dodici milioni di immigrati su settanta milioni di abitanti sono un assurdo in grado di cancellare un’identità, sono la quasi certezza che l’integrazione difficile diventi impossibile: più grandi e numerosi sono i gruppi etnici più è facile che restino autonomi e indipendenti, slegati dal resto del Paese, dalla lingua, dagli usi, dai costumi. Bisogna leggere quello che ha detto ieri il presidente della Camera, Gianfranco Fini: «In Italia non c’è razzismo, ma tanta xenofobia strisciante che vuol dire pregiudizio e molta ignoranza. Il primo impegno dell’istituzione è combattere questa paura immotivata».

Allora se l’istituzione deve contrastare i timori, non può non regolare meglio l’immigrazione. È un’equazione ovvia, scontata, banale. L’immigrato si integra se è una minoranza. Se comincia a sviluppare un’identità autonoma e indipendente si emargina da solo. Lo dice la storia dell’umanità, lo dicono le comunità che oggi vivono in Italia: più grandi sono, più isolate sono. Dodici milioni di stranieri nel 2050 sono una catastrofe sociale, demografica, geografica. Se gli immigrati che arriveranno andranno a sovrappopolare le grandi città del centro nord, allora avremo un Paese ancora più diviso: i lavoratori stranieri concentrati nel settentrione dove presumibilmente il lavoro ci sarà più che altrove, il Sud sempre meno popolato e sempre meno produttivo. Il rischio è di vedere in Italia il processo in stile Cina: l’urbanizzazione incontrollata delle città e l’abbandono delle zone più rurali, più lontane, più agricole. Solo che non saranno gli italiani a lasciare la loro terra, ma gli stranieri che arrivando dall’estero andranno dritti a ingolfare metropoli e cittadine di province pronte a diventare sempre più grandi e simili ai grossi centri. È la fantascienza della demografia, una dinamica immaginaria eppure così probabile da diventare un’inquietante certezza. Che cosa c’è da essere compiaciuti, allora? Perché essere soddisfatti dell’Italia che aumenta la sua quota immigrati? Perché raccontare con quel tono da sventato problema il fatto che alla fine le linee restrittive sull’immigrazione sono inutili? È il contrario. Più aumenteranno gli ingressi, più la gente chiederà rigore. La crescita della Lega Nord è dovuta a molti fattori, ma uno di questi è quello dell’immigrazione: all’elettore, al cittadino, c’è qualcuno che dice «fidati di noi, siamo gli unici che fermeranno l’avanzata degli immigrati». La gente ci crede perché è vero. La gente ci crede perché lì non trova il compiacimento che vede altrove.


Sì è xenofobia, di sicuro è paura: di perdere se stessi, di non sentirsi più a casa, di vedere se stessi come oggetti estranei al proprio Paese. La paura chiude gli orizzonti, ma per contenerla ci vuole qualcuno che rassicuri. Chi gode all’idea di aver beffato il rigore, chi si esalta per i numeri che dovrebbero preoccupare, fa il contrario. E se non c’è razzismo, finirà col crearlo.


Giuseppe De Bellis (Il Giornale)
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domenica, 25 ottobre 2009

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/Mor-Gabriel-il-monastero-cristiano-ultimo-baluardo-della-liberta-in-Turchia_3912802468.html


Mor Gabriel, il monastero cristiano ultimo baluardo della libertà in Turchia


Midyat, 24 ott. (Ign) – In Turchia la libertà religiosa ha un simbolo. Un simbolo dove si parla ancora l’aramaico, la lingua di Gesù. E’ il monastero di Mor Gabriel, il più antico convento cristiano di rito siro-ortodosso al mondo, edificio nel sud est del Paese che rischia di essere demolito se un tribunale accoglierà le richieste dei proprietari terrieri e dei capi musulmani della zona. Richieste considerate però assurde dai media locali e dalla comunità internazionale perché basate su falsità storiche. Secondo i religiosi, sul terreno dove sorge il monastero era in realtà presente, in passato, una moschea. E che i tre monaci e le suore che vivono nel convento si sono appropriati dell’area indebitamente. Una ricostruzione che si scontra con la storia, perché Mor Gabriel è stato fondato nel 397 dopo Cristo dai monaci Samuel e Simon. Ovvero 170 anni prima della nascita del profeta Maometto. Quindi, impossibile che una moschea sorgesse in quel posto. C’è anche una questione meno importante: i pastori lamentano che il terreno sottratto è buono per far pascolare il bestiame.


La questione è ben più seria. Secondo i media locali, i religiosi musulmani hanno inscenato questa disputa per fermare le presunte attività di proselitismo dei monaci cristiani. Un’attività, quella di conversione, che in Turchia è vietata dalla legge anche se la Costituzione del Paese difende la libertà di culto. Ma nel caso dei siro-ortodossi non c’è il riconoscimento legale della minoranza, e di fatto viene considerata alla stregua una setta. La disputa ha preso il via a gennaio, in seguito alla denuncia dei religiosi musulmani giunta durante l’estate. Da quel momento, i tre monaci, le quattordici suore e gli studenti di aramaico che vivono all’interno del monastero di Mor Gabriel non hanno avuto più coraggio di lasciare l’edificio, perché minacciati dagli abitanti dei villaggi vicini. Non sono riusciti nemmeno a recarsi in tribunale per partecipare alle udienze.



La questione è uscita dal territorio turco, raggiungendo numerosi Paesi dell’Europa. Sempre a gennaio, pochi giorni dopo l’accettazione della causa da parte del tribunale, a Berlino migliaia di persone hanno manifestato contro l’azione giuridica. Inoltre, il primo segretario dell’ambasciata svedese ad Ankara si sta interessando al caso, verificando eventuali violazioni dei diritti della proprietà delle minoranze religiose, fatto che metterebbe in difficoltà la Turchia e il suo ingresso nella Comunità europea.

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martedì, 20 ottobre 2009



Troppa violenza nel Corano


Ho appena letto il commento di Adel El Nagar su Metro di ieri. Mi chiedo come faccia a citare parole benevole del Profeta; un profeta che ha sposato una bambina di 6 anni (ci rendiamo conto?), ordinato omicidi e razzie. Il Corano è strapieno di ordini per uccidere e discriminare i non musulmani. Umilia la donna, ordina l’uccisione degli omosessuali. Molti versi tolleranti sono abrogati da versi successivi violenti. E il Corano si legge alla lettera, non si può interpretare. Abbiamo già avuto religioni intolleranti e violente, non possiamo accettarne una ancora più sanguinaria! LABIENO


http://www.metronews.it/lettere-dei-lettori/troppa-violenza-nel-corano-2.html?Itemid=30457%3Fexp%3D1




 




 

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domenica, 18 ottobre 2009

Il Corano a scuola


L’ultima proposta che viene dal presidente della Camera (presentata dal Segretario della fondazione Farefuturo, Adolfo Urso) è l’insegnamento della religione islamica nelle scuole di Stato. Con i soldi dei cittadini, dunque, costretti così a diventare sostenitori di un «dio» in cui non credono.



Sulla questione del «credere» o non credere, da parte degli italiani, in una religione da insegnare nelle scuole pubbliche, tornerò fra poco; quello che mi colpisce subito, invece, davanti a questa proposta, è un’altra cosa, una cosa di cui eravamo in molti a essere certi già da lungo tempo, ma alla quale non volevamo credere. Invece, è così, è proprio vero: il signor Gianfranco Fini odia gli italiani. Odia l’Italia, la sua cultura, la sua storia, la sua arte, il suo territorio, la sua poesia: tutto. Non passa giorno che dal presidente della Camera non giunga qualche idea, qualche proposta, qualche affermazione che non confermi questo odio, manifestando addirittura una specie di ansia, di fretta, nel voler cancellare al più presto i segni dell’esistenza degli italiani. Egli ripete presso a poco ogni quarantotto ore che è indispensabile dare la cittadinanza italiana agli immigrati, di volta in volta o perché sono nati in territorio italiano o perché vi si sono stabiliti da cinque anni o perché hanno un lavoro o perché conoscono la lingua... Mi dispiace non conoscere altri buoni motivi per regalare la cittadinanza agli stranieri, da suggerire a chi coltiva un così profondo disprezzo per l’italianità; ma soprattutto mi dispiace che la nostra tanto osannata Costituzione non preveda la condanna dei politici in caso di «tradimento» del popolo italiano, non potendo forse i costituenti immaginare altro tradimento che quello militare. Condannare a morte la propria patria senza sparare neanche un colpo, è senza dubbio una novità.



Secondo le ultime statistiche, gli immigrati in Italia sono poco più di 4 milioni. Per quanto questa cifra possa essere inferiore alla realtà, non tutti gli immigrati sono musulmani (vi sono cattolici, ortodossi, buddisti ecc.), per cui si tratta di una piccolissima minoranza alla quale si dà un rilievo eccessivo. I motivi li conosciamo bene: l’islamismo è una «religione-cultura» totale, che implica una forma mentis di assoluta dipendenza da Allah, un determinato sistema di vita, un’etica, un rapporto maschio-femmina, un rapporto con i credenti di altre religioni (gli «infedeli») del tutto diversi dal nostro, sia che si qualifichi il nostro come «occidentale-laico» sia che lo si qualifichi come «cristiano». Per questo la presenza di una piccola minoranza è così rumorosa ed esplosiva: la loro diversità stride in continuazione, in ogni cosa che fanno, che dicono, che vogliono. Insegnare l’islamismo nelle scuole pubbliche significherebbe che abbiamo deciso di insegnare ai nostri figli che è vero ciò in cui noi non crediamo; e che è vero ciò che è contro la nostra storia, la nostra civiltà, la nostra etica. Insomma, significa che vogliamo che i nostri figli non credano in nulla.



Molti italiani, nel dirsi «laici», ritengono di dichiararsi anche non credenti, non cristiani. Ciò non toglie, però, che è impossibile non includere il cristianesimo nella storia italiana visto che sarebbe incomprensibile, non soltanto la storia politica, ma anche quella morale, letteraria, artistica. In fondo, le difficoltà religiose degli italiani si incentrano sulla Chiesa e sui suoi precetti, più che su Gesù e il Vangelo. E il cristianesimo è prima di tutto questo: Gesù e il Vangelo.



Il presidente della Camera, così come le sinistre, che si sono subito dichiarate d’accordo con la sua proposta, manifestano in questo modo il loro disprezzo per le religioni, e si comportano come se le diversità delle religioni potessero essere trattate, più o meno, con il sistema che essi chiamano «pluralismo» nell’informazione o nelle idee partitiche. È indispensabile richiamarli alla realtà: gli italiani non vogliono morire, tanto meno scavarsi la fossa con le proprie mani facilitando il radicarsi dell’islamismo nel proprio territorio.


Ida Magli (Il Giornale)

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